Dying for Sex Recensione

Il viaggio di Molly che finalmente, con un capolinea più o meno preciso davanti, si può dedicare a riprendersi una parte di vita che gli è stata tolta

Dying for Sex Recensione
Dying for Sex Recensione

Metto un giga-disclaimer qui: la serie Dying for Sex, in arrivo il 4 Aprile su Disney+, parla di cancro, di morte, ma soprattutto di piacere sessuale, di kink e di violenza sessuale. Per rispetto dell’opera, della vita della vera Molly, e per il messaggio anche femminista che la serie propone, voglio parlare liberamente e senza troppi giri di parole, quindi continua solo se sei pront* ad affrontare questi argomenti.

Per darti il tempo di riflettere, parto con qualche dato essenziale preso dal comunicato stampa della serie, poi metterò un bel titolone, e da lì partirò a parlare degli argomenti che ti ho accennato, ok?

Disney+ ha annunciato che Dying for Sex, la nuova serie FX con Michelle Williams, Jenny Slate e un cast straordinario, debutterà venerdì 4 aprile in esclusiva sulla piattaforma streaming in Italia con tutti e otto gli episodi disponibili.

La serie di FX Dying for Sex è ispirata alla storia di Molly Kochan, che ha raccontato la sua esperienza in un podcast di Wondery, creato con la sua migliore amica Nikki Boyer. Dopo aver ricevuto una diagnosi di cancro metastatico al seno al quarto stadio, Molly (Michelle Williams) decide di lasciare il marito Steve (Jay Duplass) e inizia a esplorare, per la prima volta nella sua vita, la varietà e la complessità dei suoi desideri sessuali.

Molly ha molto da realizzare nel poco tempo che le resta. Non c’è spazio per moralismi o giudizi: a lei non importa cosa la gente pensi della sua proverbiale lista dei desideri (una frase che provoca sempre un’occhiata di disappunto). Trova così il coraggio di imbarcarsi in questa avventura grazie alla sua inseparabile Nikki (Jenny Slate), una donna devota e affettuosa. Il cast comprende anche Rob Delaney, Kelvin Yu, David Rasche, Esco Jouléy e Sissy Spacek.

Dying for Sex di FX è scritta e co-creata da Kim Rosenstock & Elizabeth Meriwether, che sono inoltre executive producer con Katherine Pope, Kathy Ciric, Hernan Lopez di Wondery, Jen Sargent, Marshall Lewy e Aaron Hart, Michelle Williams, Nikki Boyer, Shannon Murphy e Leslye Headland. Dying for Sex è prodotta da 20th Television.

Un efficace sistema di parental control assicura che Disney+ rimanga un’esperienza di visione adatta a tutti i membri della famiglia. Oltre alla “Modalità Junior” già presente sulla piattaforma, gli abbonati possono impostare dei limiti di accesso ai contenuti per un pubblico più adulto e creare profili con accesso tramite PIN, per garantire massima tranquillità ai genitori.

Ok, si parte.

Terapia di coppia, prima della notizia
Terapia di coppia, prima della notizia

Dying for Sex Recensione – Il capolinea

Dying for Sex inizia con la nostra quarantenne Molly (Michelle Williams) che ripensa ad un orgasmo mai raggiunto decenni prima: la testa di un ragazzo molto abile fra le gambe, il corpo che non attendeva altro, ma anche un climax che appunto non ha mai raggiunto perché “sono stati scoperti”. Modo strano di iniziare una serie, sicuro, ma ancora più strano è il contesto nel quale Molly si sta lasciando andare a questo ricordo.

Molly è infatti in una seduta terapeutica con suo marito, Steve (Jay Duplass, che dovresti aver visto l’ultima volta su Transparent di Amazon Prime Video). Non fanno sesso da parecchio, a quanto pare dalla prima diagnosi di cancro al seno ricevuta da Molly. La serie però fin da subito ci regala uno sguardo nei pensieri di Molly, non solo visivamente, con flashback vividi e, a volte, “visioni” ad occhi aperti delle quali ci rende testimoni, ma anche e soprattutto facendoci ascoltare la voce mentale di Molly.

È una decisione sicuramente non nuova, anzi ha quasi 100 anni (il primo film a usare questa tecnica fu Murder di Hitchcock), ma nel contesto narrativo di Dying for Sex ha perfettamente senso. Bastano davvero due linee di dialogo di monologo interno perché Molly stessa ci confessi quanto poco nella vita si sia concessa di provare sentimenti: ha sempre avuto paura di parlare, di prendere i suoi spazi, di legittimare le sue emozioni.

Il cancro ha reso il rapporto con suo marito Steve una relazione fra martire e badante, lo dice lei stessa, e la perdita della pulsione sessuale da parte di lui ne è sicuramente stata conseguenza, ma Molly non è impervia al desiderio sessuale, anzi, soprattutto ora che dopo due anni il cancro è regredito. È in mezzo alla seduta che arriva la chiamata del medico curante di Molly: lei provava un dolore sospetto all’anca e ha richiesto una biopsia, e la paura più grande ritorna, cattiva più di prima. È cancro, di nuovo.

Quanti amici ti starebbero vicini fino alla fine?
Quanti amici ti starebbero vicini fino alla fine?

Non voglio raccontare troppo nello specifico il percorso narrativo che Dying for Sex segue, da qui, però c’è bisogno che almeno lo accenni.

Molly non ha mai avuto un orgasmo; non ne ha mai avuto uno dopo che il ragazzo di sua madre, quando lei aveva poco meno di 10 anni, l’ha obbligata a fargli un pompino, con la madre svenuta per i fumi dell’alcol, o chissà, qualche pasticca, a pochi metri da loro. È una violenza che, ovviamente, non l’hai mai davvero abbandonata: ogni volta che anche solo si avvicina ad un climax di piacere vede dei flash bianchi, e… non è più lì, con la testa, ma altrove, distante dal piacere e sicuramente distante da un orgasmo.

Quella che quindi poteva essere la storia di una donna che viene a patti con il ritorno del cancro, che questa volta sicuramente se la porterà via, gliel’hanno detto, diventa una storia di scoperta sessuale, diventa la favola di una donna che, stanca di essere repressa (e soprattutto di autoreprimersi), compra un metaforico biglietto sul treno dell’identità sessuale e, grazie alla sua incredibile amica Nikki, intepretata da Jenny Slate (The Big North, Big Mouth, Bob’s Burgers, e tanti altri), e all’aiuto di Sonya, un’assistente sociosanitaria interpretata da una semisconosciuta Esco Jouléy, che seguirò onestamente con attenzione, inizia ad… esplorare.

Acque Inesplorate

Parlo di esplorazione perché i 6 episodi centrali di Dying for Sex sono praticamente tutti dedicati al tentativo di Molly non solo di raggiungere un orgasmo con qualcuno – dato che da sola ci riesce benissimo, in una successione di scene che vedono protagonisti lei, una stanza d’albergo presa per un incontro Tinder che però lei decide giustamente di paccare una volta visto il tipo, un vibratore esterno sempre più vicino al surriscaldamento, e il pc dell’amica Nikki – ma anche di scoprire se esiste, per lei, piacere sessuale dietro la quotidiana banalità del sesso con penetrazione.

Gli episodi sono 8 in totale, tutti diretti dalla direttrice australiana Shannon Murphy (The Power, Killing Eve) o il direttore della fotografia Chris Teague (The Acolyte, Russian Doll), e i 6 centrali sono quelli totalmente dedicati all’esplorazione di Molly di kink, presupposte perversioni, topping, sadismo sessuale, e tanto altro. È qualcosa che è nuovo per Molly quanto era in parte nuovo per me, nel guardare questa serie, ed Elizabeth Meriwether, la scrittrice della serie (non creatrice, perché il materiale originale è il podcast omonimo, condotto dalla vera Nikki e dalla vera Molly e recuperabile su Wondery), è abilissima nel tenere la mano – nostra e di Molly – nella scoperta di questi lati del piacere sessuale che non solo non fanno parte della quotidianità di molt*, ma che così raramente sono stati rappresentati in una serie.

Dying for Sex non giudica mai, ma ascolta
Dying for Sex non giudica mai, ma ascolta

Un plauso va a tutte le scrittrici e scrittori degli episodi, che voglio citare: Kim Rosenstock, Sasha Stewart, Sabrina Wu, Madeleine George, Sheila Callaghan, Keisha Zollar.

Ho bisogno di sottolineare questo aspetto perché, di fronte ad episodi che vedono uomini chiedere di essere calciati sul pene per provare piacere, o altri che vogliono farselo chiudere in una gabbia e poi farsi offendere per le dimensioni ridicole, Dying for Sex non giudica. Dying for Sex non giudica mai. Ci vuole abilità per muoversi così elegantemente fra il voler spiegare e mostrare qualcosa di nuovo al pubblico – come il topping, la dominazione o il sadismo con consenso – e la volontaria astensione dal giudicare, ma la serie della Meriwether è unica nel suo genere, in questo.

Protagonista quasi costante di questa esplorazione sessuale di Molly è il vicino di casa, che tra l’altro rimane senza nome per tutta la serie, interpretato da Rob Delaney (ultimamente incrociato come Peter Wisdom in Deadpool & Wolverine), altro personaggio ottimo e sicuramente dall’evoluzione interessante. Proprio il vicino mi stuzzica un ulteriore livello di complimento, a Dying for Sex: i personaggi non sono lì per Molly, ma esistono anche da soli.

Il viaggio di “piacere ma verso la morte” è solo di Molly, ed è necessario – e ovvio e lecito e giusto – che lei si riprenda il diritto di vivere fino a morire, in un certo senso. È interessante quindi che il personaggio di Nikki, “persona preferita di sempre” di Molly, metta tutto da parte – e mandi molto a rotoli – per Molly, per questi ultimi mesi, forse anni, con la sua migliore amica. Dying for Sex è un’odissea che, nel distogliere naturalmente lo sguardo dal capolinea che ora Molly ha inevitabilmente di fronte a sé per colpa di un cancro bastardo e ingiusto, parla della vita di qualcuno che, quando Molly non camminerà più questa terra, sarà ancora qui.

Non c’è litigio che duri troppo, o muso lungo che rimanga troppo, fra Molly e Nikki, e il ritorno della madre di Molly chiude il cerchio emotivo di un quartetto di donne che sono lì l’una per l’altra, tra fragilità, morte, sofferenza e traumi. Nel quartettto sto assolutamente includendo Sonya, presente praticamente in ogni episodio e sempre pronta ad assecondare, guidare e partecipare alla vita che a Molly rimane.

Sonya, un'assistente sociosanitaria interpretata da una semisconosciuta Esco Jouléy
Sonya, un’assistente sociosanitaria interpretata da una semisconosciuta Esco Jouléy

La madre di Molly è tra l’altro una Sissy Spacek (decollata con Carrie, di Brian de Palma) puntuale e chirurgica nel mettere a schermo la fragilità di una madre che deve seppellire una figlia verso la quale si sentirà sempre in colpa per le violenze che “le ha permesso” di subire, una colpa che tra l’altro non sembra volersi sollevare dal perdono della figlia, dimostrazione della complessità dei personaggi di una serie che mai, mai, va definita leggera, ma sempre delicata.

Devo menzionare assolutamente anche David Rasche (Succession), che qui interpreta il Dottor Pankowitz: il percorso che il personaggio fa è delizioso, da medico distaccato e un po’ freddo ma comprensivo verso lo stato di Molly, a persona a tutto tondo, che si concede persino di piangere, prima di comunicare a Molly che non manca molto alla fine. Straordinario attore, straordinario personaggio, straordinario viaggio caratteriale ed emotivo, pur nel poco tempo a schermo che gli è concesso.

“Credo di essere pronta”

Ti ho parlato dell’introduzione e dei 6 episodi centrali, quindi al conteggio manca un episodio, l’ultimo. Ho parlato di treno, di capolinea, e di viaggio, e Dying for Sex non è un happily ever after, per Molly. O forse sì, perché non può decidere quando morire, ma può decidere come, e circondata da chi; può decidere quanto soffrire ancora, può decidere quanto lasciarsi andare all’euforia delle ultime settimane.

Dying for Sex fa un’altra scelta coraggiosa qui, con il personaggio di Amy (Paula Pell, Girls5Eva): la morte non è un mostro che aspetta nell’oscurità, ma un processo che il corpo non solo conosce, ma che sa come gestire, come fosse un colpo di tosse o un orgasmo. È un processo, un viaggio anch’esso, e Amy, infermiera nella sezione malati terminali, è quasi euforica nello spiegarlo ad Molly, Nikki e Gail, la mamma di Molly.

Il messaggio che è arrivato a me, e che uso per concludere questa recensione, è che Dying for Sex non solo parla di sessualità senza giudizio, ma si spinge a rassicurarci che non dobbiamo avere paura di esplorare il nostro piacere sessuale, esattamente come non dobbiamo avere paura della morte. E come sconfiggi la paura di qualcosa? Parlandone.

Il rapporto tra Nikki e Molly è il pilastro portante del canovaccio narrativo di Dying for Sex
Il rapporto tra Nikki e Molly è il pilastro portante del canovaccio narrativo di Dying for Sex

Dying for Sex parla di sesso, sì, ma nel farlo parla di tutto ciò che si chiude nella parentesi fra la nostra prima inspirazione e la nostra ultima espirazione, quel lungo succedersi di respiri chiamato vita, ininterrotta finché non lo è più. Dying for Sex è una serie che ti consiglio a prescindere: non solo una serie che rende onore al viaggio di una donna, la vera Molly Kochan, ma un’opera che, con delicatezza e mai leggerezza, parla della ricerca della luce nell’oscurità nella quale questa vita ci fa inevitabilmente precipitare, prima o poi, e a noi non resta che cercare la luce in quei meandri ancora inesplorati di traumi e paure.

Ti lascio con l’ultimo post della vera Molly sul suo blog, morta a Marzo del 2019. Buona lettura.

Autrice: Molly Kochan
“Sono morta”

8 marzo 2019

Sono morta. Non cammino più sulla terra come voi. In un corpo, che è una benedizione quando funziona, e che, quando smette di funzionare, vi assicuro, liberarsene è una benedizione altrettanto grande.

Questo è tutto ciò che posso dirvi su dove non sono. Mentre scrivo questo, so quello che tutti sanno, ma che la maggior parte non crede davvero per sé stessa: la mortalità è reale per tutti noi.

Molte persone che muoiono, specialmente di cancro a quanto pare, scrivono lettere virali sul valore della vita. Mangia un avocado ogni giorno. Dì al tuo vicino antipatico che il suo prato è bello. Non esitare, lascia il lavoro, vai a Bora Bora. E poi raccontano degli ultimi mesi della loro vita sotto le palme, con un cane che una volta aveva la scabbia. Spesso accompagnati da una persona dall’aspetto incredibilmente sano e da un partner.

Non ho quel genere di lezioni di vita da condividere. So cosa ho fatto alla fine della mia vita. So cosa mi ha dato gioia. Ma la mia lista probabilmente non avrebbe alcun effetto su di voi.

Quando ho annunciato per la prima volta di avere un cancro al seno metastatico, dopo aver tenuto privata la mia malattia per quasi sette anni, ho ricevuto un’ondata di sostegno. Persone che volavano da ogni parte per vedermi, pranzi organizzati fino al 2020. Il senso di connessione era travolgente, in modo piacevole.

C’erano persone che sono davvero rimaste al mio fianco, ma il 98% di quelli che mi chiamavano freneticamente sono spariti. Ho contattato alcune persone per vedere se volevano incontrarsi e ho ricevuto quel gesto della mano che significa “ci organizzeremo”. Ma non l’abbiamo mai fatto.

Il punto di tutto questo non è accusare nessuno o provare rancore, perché i miei ultimi giorni sono stati splendidi. Ero con le persone che dovevano esserci. Capisco l’urgenza di voler fare di tutto per vedere un amico morente e poi, in qualche modo, quell’urgenza svanisce. Oppure la mortalità non sembra reale, o semplicemente è uno spazio in cui non si vuole stare.

Non ho mai voluto affrontare questa malattia e non biasimo nessuno per aver evitato, anche solo inconsciamente, di starci attorno.

Attraverso le persone che andavano e venivano, ho capito che la gente farà sempre quello che è nella sua natura fare, indipendentemente da ciò che vorrebbe voler fare. Me compresa.

Non è forse liberatorio? Non dovevo comprare biglietti per Bora Bora, potevo passare le giornate a letto, anche se avrei voluto voler essere produttiva. Anche se, per la prima volta da un trattamento di chemioterapia, avevo energia.

Mentre muoio, continuo a mettermi pressione. Mi arrabbio quando non riesco a sedermi per scrivere. Ci sono progetti che spero di finire prima di andarmene. Ma non ho alcun controllo su nulla di tutto ciò. L’unica cosa su cui posso lavorare è accettare di non sentirmi in colpa per quello che non riesco a fare. Accettare che i miei giorni sono stati quelli che sono stati.

A margine, se siete arrabbiati con me perché non mi sono fatta viva, è comprensibile. Il mio processo di morte doveva essere piccolo e circoscritto. L’ho paragonato a una scialuppa della morte. Mentre mi allontanavo dalla riva, sapevo che un’altra persona avrebbe potuto rompere il delicato equilibrio e la sicurezza che avevo lavorato duramente per creare.

Questo non significa che l’amore e le connessioni che abbiamo condiviso non fossero reali. Lo erano tutte. Ma se avete bisogno di essere arrabbiati con me, fatelo pure. Forse lo farei anch’io, se leggessi questa lettera da parte di un caro amico che improvvisamente non c’è più.

Con tutto il mio amore,
M

9.1
Piacere e dolore in viaggio verso la fine

Pro

  • Ci vuole abilità a parlare di esplorazione sessuale e cancro con così tanta eleganza
  • Non c'è una singola interpretazione che non sia magistrale
  • La lunghezza degli episodi è perfetta per il percorso narrativo di ognuno
  • Il viaggio di Molly è splendido da seguire e mai ne tralascia il peso emotivo

Contro

  • Gli argomenti possono sicuramente risultare forti per la sensibilità di alcuni
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